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lunedì 6 settembre 2021

Persecuzione



Raccontare una storia di fallimento a voce o per iscritto è una responsabilità verso il prossimo, perché può suscitare nell'altro emozioni dolorose, riportando in superficie ferite più o meno recenti, fino a toccare il ricordo della morte di un proprio caro. In altri casi l'ascoltatore si mette sulla difensiva, rispondendo che la vita in tempo di crisi è dura per tutti. Infine c'è chi classifica i post sul fallimento come rabbia da sfogare o un piangersi addosso. 

Così non è per gli ultimi due casi: non è né rabbia né un piangersi addosso. Qui si tratta di far conoscere le inefficienze di un sistema burocratico, che utilizza mezzi legali antiquati e complicati, di portare all'opinione pubblica le conseguenze finanziarie, sociali e psicologiche che compromettono la vita dei falliti, traducendo l'esperienza di fallimento in una forma di persecuzione della durata di anni e anni, in cui si sconta una vera e propria pena detentiva. 

In Italia, se finisci nel girone infernale dei fallimenti, non ci sono alternative per ricominciare tutto daccapo come imprenditore e tantomeno come fidejussore. Siamo un Paese di piccoli e medii imprenditori e invece il sistema è pensato per le grandi aziende e per le multinazionali. Se eri socio fuoriuscito dall' azienda, vieni attaccato come fidejussore, ma se la fabbrica era il tuo unico sostentamento, come puoi rispondere da fidejussore al credito vantato? Sei quindi destinato alla morte civile o alla schiavitù finanziaria per tutta la vita. 

Così in questi dieci anni dal fallimento della CAMA ho scelto di vivere al minimo della sopravvivenza, rinunciando a rifarmi una vita professionale, non conoscendo cosa mi sarebbe successo domani, perché una delle caratteristiche della burocrazia italiana è la non trasparenza: devi sottostare all'incognito, devi vivere nell'incertezza, come un carcerato a cui accendono la luce senza avvertimento. Sei un suddito. Come fidejussore fallisci due volte, perché perdi tutto e vieni perseguitato su due fronti: dal tribunale che attacca i componenti falliti della tua famiglia e tu stessa che non ti liberi dei cartolarizzanti, i quali possono pignorarti il conto corrente e la Postepay e prenderti il quinto di un eventuale stipendio in qualsiasi momento. 

Attaccare le persone su due fronti è una forma di violenza autorizzata dallo Stato. Se tu, banca, ti sei presa gli immobili, li fai vendere dal tribunale ad un prezzo vile, non puoi prendere da due parti a fronte di uno stesso credito, venendo a cercare me, che ero socia in azienda. Noi gli immobili te li abbiamo dati in garanzia per il valore PER INTERO. Scontami il valore degli immobili per intero e vedi che vieni soddisfatta. Poi a quanto vendi il laboratorio artigiano o lo fai vendere alle aste non è affar mio. Questo a cui dai il benestare, caro Stato, si chiama gioco al massacro, perché regalare la nostra fabbrica al 19% del suo valore stimato a chicchessia vuol dire essere dei cani oltre che boia dei tuoi contribuenti una volta specchiati. 


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Post originali di Roberta Niccacci
Storia di un'azienda artigiana italiana in tempo di crisi
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1 commento:

Anonimo ha detto...

I tuoi post sono sempre più chiari: i meccanismi perversi dietro ai fallimenti vengono ribaditi in maniera lucida; la tua esperienza aggiunge concretezza alla spiegazione.