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sabato 24 luglio 2021

Teatro dell'assurdo

Teun Hocks ‘Senza titolo n.233 (Nuvola)’ 2010  

Da quando i cartolarizzanti, col benestare dello Stato, mi hanno pignorato conto corrente e Postepay per meno di 5 euro, per me si è scatenata una reazione allergica al fallimento. Fino a quel momento avevo accettato tutto come farebbe una brava cittadina, che rispetta la giustizia e lo Stato. Da allora mi è sembrato di vivere in un teatro dell'assurdo, quindi ho iniziato a scrivere e a guardarmi intorno per cercare altri falliti. 

Una domanda mi sorge spontanea riguardo al pignoramento del conto corrente e della Postepay: i cartolarizzanti hanno ricomprato il credito dalla banca. E va bene. Ma quella stessa banca nel 2008 ha mandato in esecuzione il laboratorio artigiano della nostra azienda per lo stesso credito. Come è possibile che i cartolarizzanti abbiano ricomprato un credito da una banca, che ha ancora il laboratorio del debitore all'asta? Come possono sussistere banca e cartolarizzanti insieme per un unico credito? Siamo quindi aggrediti su due fronti per uno stesso credito? 

Gli attaccati siamo sempre noi, quattro persone di una stessa famiglia: i nostri genitori sono falliti e noi due figli, fuoriusciti dalla società convinti di salvarci, siamo ora considerati non più soci ma fidejussori. Saremo quindi perseguitati a vita dai cartolarizzanti, a meno che non scendiamo ad una "transazione di chiusura stragiudiziale", ovvero paghiamo il debito anche in misura minore e a rate. Questo è un punto che non capisco:  come possono i cartolarizzanti vantare un credito per il quale c'è già in pegno il laboratorio, che si è preso la banca, per un valore ben superiore a quanto dovuto? Come può lo Stato permettere alla banca di attaccare i debitori tramite il Tribunale e anche fuori dal Tribunale? State sparando su un morto. 


Qui di seguito cinque capolavori del teatro dell'assurdo:

Samuel Beckett – Aspettando Godot
Eugène Ionesco – Il rinoceronte
Miguel Mihura – Tres sombreros de copa
Sławomir Mrożek – Tango
Fritz Hochwälder – L’accusatore pubblico

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Post originali di Roberta Niccacci
Storia di un'azienda artigiana italiana in tempo di crisi
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sabato 23 gennaio 2021

Quel giorno di dieci anni fa

La CAMA (cooperativa artigiana majoliche artistiche)
nella nuova sede in Via Tiberina negli anni Sessanta 

















Sono passati dieci anni da quando con i miei genitori siamo usciti dalla porta di servizio della fabbrica della nostra famiglia. Era arrivato il custode, inviato dal tribunale fallimentare di Perugia, e qualche giorno prima ci aveva comunicato di consegnargli le chiavi.

Abbiamo lasciato tutto com'era, perché il babbo nella sua fabbrica era convinto di tornarci. Quindi sono rimasti dentro al laboratorio le campionature di tutte le majoliche create negli ultimi quarant'anni di storia, in ufficio erano ancora lì i documenti ordinati e custoditi in un armadietto, la carta da imballaggio, gli strumenti da lavoro e anche il tornio di legno a pedale, che non era segnato in inventario ma che non sapevamo dove portare. 

Uno degli decori creati dalla Cama,
l'Antico Deruta
 
Non abbiamo portato via nulla. Abbiamo chiuso la porta a chiave e ce ne siamo andati. La mamma era preoccupata, perché diceva che la stessa cosa ci sarebbe accaduta per la casa. In questi dieci anni io, quando torno a Deruta, evito di passare sulla via Tiberina, per non vedere la fabbrica dove sono nata e cresciuta. 


Qualche volta chiudo gli occhi e rivedo la fabbrica prima dei lavori di ampliamento a ridosso delle crisi. I lavori non erano da farsi ma nessuno ci ha avvisato, né governanti, né politici, né tanto meno le banche, che nel 1999 avevano aderito alla "cartolarizzazione". 

Proprio in quest'anno, nel 1999, la nostra fabbrica contrasse il mutuo ipotecario per i lavori di sistemazione della fabbrica. Dall'Unione Europea stavano arrivando fondi destinati alla muratura. Noi ne facemmo richiesta e i finanziamenti ci vennero assegnati. Le cose andavano più che bene, il lavoro c'era e contavamo di raccogliere i frutti di anni di sacrifici, di fare il grande salto. Eppure mi ricorderò sempre che dicevo al mio papà che qualcosa di anomalo era successo a far data gennaio 1997, prima del terremoto che scosse Assisi: c'era stato un calo nei flussi della clientela privata ma al contrario i negozi americani continuavano a comprare in maniera notevole. 

Il decoro "Senese" che riproduce il pavimento del 
Duomo di Siena, Piace molto agli architetti
Rivedo così la fabbrica della mia infanzia, di quegli anni Settanta tanto cari, i luoghi che avrebbero accompagnato la mia vita: la vecchia fornace a legna, ormai in disuso, la porta di ferro colorata di rosso antico sul retro e che portava all'imballaggio: i trucioli sempre inumiditi, il pavimento sconnesso, una zona quasi all'aperto in fondo alla fabbrica, che poi dava sul verde della campagna. Poi c'era anche uno scantinato nel reparto creazione, dove lo zio torniante teneva i pani di argilla e li portava su per essere lavorati. Mi ricordo quando i miei comprarono una macchina per trasformare i pani rettangolari in cilindri, che poi tagliati potevano essere trasformati più facilmente nelle sfere che servono per forgiare un oggetto, piccolo o grande che sia. 


Della fabbrica porto con me i colori dei pavimenti e delle veneziane, gli odori degli smalti, della terra e dei metalli preziosi, di cui l'oro liquido in bottiglie è inconfondibile, il rosso scuro del pavimento del magazzino, ovvero dello spazio fronte strada, che era adibito alla vendita al pubblico. Invece le veneziane della fabbrica erano turchesi e ho sempre pensato che il mio babbo le avesse scelte così, perché i suoi occhi sono celesti. 

Il decoro classico di Deruta, il 
Raffaellesco. I decori sono come
calligrafiee questa è
la firma della mia mamma
Negli anni Settanta era stata fatta una soprelevazione e la sala di pittura con la smaltatura si trovavano al secondo piano. Prima i pittori lavoravano al piano terra in prossimità del magazzino. Di collegamento tra i due piani c'era un ascensore e anche delle scale esterne di ferro. La fabbrica era fornita di bagni sia al piano superiore che al piano inferiore. Qui erano esterni. 

La fabbrica prima dei lavori era come un piccolo borgo antico, in cui si erano aggiunti dei pezzi volta per volta. Aveva il suo fascino ma venne il giorno in cui il Sindaco del paese ci intimò che se non avessimo dato una sistemata al laboratorio, ci avrebbe mandato le ruspe...era il 1999 e le banche sapevano già che c'era una crisi in atto. Avevano fatto ricorso alla cartolarizzazione dei crediti e potevano dare di nuovo mutui in maniera disinvolta. Tutti noi nella famiglia ci saremmo così messi il cappio al collo...


Il mio saggio del 2018 coi colori rosso scuro e turchese, che porto con me a ricordo della fabbrica della mia famiglia con nuove interpretazioni, simboli di vita, arte e cultura. 

Per un approfondimento sull'argomento della crisi leggi: Sebastiano Barisoni "Terra incognita. Una mappa per il nuovo orizzonte economico", Solferino, 2020, pp. 185. 


Feedback istantanei al post: 

"Ho letto con attenzione il tuo articolo che hai descritto in modo magistrale! Ti auguro il meglio per una grande  ripartenza!" - Marisa, Perugia  

"Buongiorno Roberta, Che storia triste e bellissima per come sei riuscita a raccontarla...in poche righe, mi hai fatto ''vivere'' tutte le emozioni che te e la tua famiglia avete vissuto. Quando dico che sei una grande è perché lo penso veramente e sono certa che, presto avrai il successo meritato così da poter  ''riscattare'' la grande perdita della fabbrica...costruita con tanto lavoro, sacrificio e passione.

Ho compreso bene, come è stata vissuta da te tutta la storia...invece I tuoi genitori come hanno reagito a tutto ciò?

Se ti andrà di raccontarmi...la prossima volta che ci sentiamo...ti ascolto volentieri.

Super Roberta"  - Maristella, Roma 


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