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domenica 2 gennaio 2022

Tu vuò fa' l'americano



Tu vuò fa' l'americano ma si' nato in Italy (1956) - Renato Carosone 


Per i falliti esiste la possibilità di essere liberati da ogni debito: si chiama "esdebitazione" in conformità all'art. 1, comma 6, lettera a), n. 13, della legge di delega 14 maggio 2005, n. 80. Il provvedimento, a modifica del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (“legge fallimentare”), si ispira al diritto anglo-americano e quindi al concetto di "discharge" (tr. sgravio, cancellazione) allo scopo di permettere al fallito "to make a fresh start in life" (tr. ricominciare da capo nella propria vita). 

Qui da noi per un fallito non c'è sogno americano che regga, anche perché la legge italiana tradisce un disinganno, che traspare dal linguaggio giuridico non comunicativo, sintatticamente obsoleto, avulso dalla realtà, generato da uno stile benevolo e munifico, come era proprio dell'era fascista, in cui la legge fallimentare venne originariamente emanata; scrivono nella legge che l'istituto dell'esdebitazione-discharge è un beneficio per "premiare il fallito onesto ma sfortunato", il "soggetto meritevole", quindi l'esdebitazione si tradurrebbe in un vantaggio, un premio per chi lo riceve, come se un fallito onesto fosse l'eccezione in una manica di ladri. Tutt'altra è la realtà del fallito e va conosciuta. 

Per usufruire infatti dell'esdebitazione come persona fisica, si deve essere conclusa la procedura fallimentare tramite il tribunale, dopo la quale ti ritrovi povero, senza laboratorio e senza casa, perché per almeno dieci anni, se ti va bene, sei rimasto in balìa dei burocrati e dei loro ausiliari, che tra l'altro hanno la precedenza nella riscossione delle parcelle rispetto ai creditori. Nel frattempo se vuoi ripartire, devi ricorrere a sotterfugi, prestanomi, fatture false. Nessuno ti apre un conto corrente. 

Quindi l'istituto dell'esdebitazione in Italia è una vera e propria presa in giro. Quando sei fallito tramite una procedura fallimentare, specialmente nel caso di una micro o piccola impresa familiare artigiana, non hai la possibilità di riprendere la tua vita lavorativa precedente. Considerato che nella maggior parte dei casi non si fallisce da giovani, la tua speranza di ricominciare da imprenditore in tempi utili a realizzare il successo imprenditoriale in stile "sogno americano" è vicina allo zero. 

Il tuo sacrificio del fallimento sarà solo servito a darti una lezione di sfregio, noncuranza, abbandono, inutilità e antieconomicità di una pratica crudele a distruzione di capitali e persone. Infatti se ne vedono le conseguenze nei suicidi di imprenditori falliti, come è il caso di Emanuele Sabatino, il meccanico del web, che si è impiccato lo scorso mese di dicembre, ma di cui si tacciono i segni indelebili che il fallimento avrà lasciato nella sua integrità mentale. 



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giovedì 29 luglio 2021

Giustizia e dolore

Milo Manara in memoria della tragedia
in Sardegna: 20.000 ettari di foresta
andati in fumo

In questo giorno di una calda estate italiana, in cui in Sardegna bruciano un'antica foresta e l'ulivo millenario di Scano Montiferru, come in una moderna Apocalisse, il mio pensiero va a Roberto Ferracci, imprenditore fallito di Spello (PG). Nel 2017 la sua vicenda è finita sulle prime pagine dei giornali, perché è stato condannato a 12 anni di carcere per tentato omicidio di due giudici del tribunale di Perugia. 

Roberto Ferracci brucia nelle fiamme dell'inferno anche lui come un animale in gabbia, impazzito a causa del fallimento e che in carcere finirà per peggiorare. Il tribunale di Firenze, che ha condannato Roberto Ferracci, ha detto espressamente di voler infliggere al Ferracci una pena esemplare. Da che parte stanno la follia, l'insensibilità e la crudeltà umana, che portano gli esseri umani a devastare la natura, a disonorare le persone e ad annientare ex imprenditori, che si sono trovati in rovina? 

Giustamente mi dice un imprenditore, che sta cercando di combattere il fallimento: "Per cambiare un sistema ci devi entrare dentro, perché altrimenti si diventa come i cani al di là dei cancelli che abbaiano". Eppure io il mio dolore per come viene trattato il fallimento in Italia lo voglio scrivere per me e per gli altri falliti, perché non possono sussistere giustizia e sofferenza insieme solo per una questione di soldi, in cui però la disgrazia di alcuni diventa la ricchezza di molti, in un gioco crudele allo sfascio e alla distruzione con una spietatezza senza uguali.

 

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giovedì 22 luglio 2021

Stragisti di soldi


Facendo un paragone coi fallimenti, in Italia te la cavi meglio se sei uno stragista mafioso. Lo Stato fa i processi ai soldati mafiosi, tanto per dimostrare di combattere qualcosa di importante per la salute della democrazia; non prende di certo i capi mafiosi, che nel loro cinismo muovono le fila contro lo Stato come in una partita di scacchi, senza scomodarsi dalle loro poltrone matelassé. Eppure i mafiosi generano un indotto illegale quantificabile in denaro ai danni dello Stato. Solo se fallisci da persona onesta, vieni trattato alla pari o peggio di un mafioso omicida: il fallito è uno stragista di soldi

Il fallito vive la sua esperienza in un carcere senza sbarre finché non si chiude il fallimento, che può durare anni e anni. Sei in una condizione "freeze". Non puoi più fare nulla. Come ti muovi, ti prendono quel che guadagni. Sorte peggiore per chi era socio fuoriuscito dall'azienda, perché passa da fidejussore. Se non paghi il debito, sarai perseguitato per tutta la vita: quinto dello stipendio (e della pensione???) più pignoramento degli spicci nel conto corrente. Ti prendono da milionario. Uno Stato, che vive sulle piccole aziende artigiane e commerciali, è settato su regole da multinazionali. Se io ero socia in azienda e vivevo del lavoro della fabbrica artigiana con un'incidenza altissima del costo della manodopera, come posso permettermi ora di fare anche da fidejussore? Questo doppio ruolo socio e fidejussore in una piccola azienda artigiana non può coesistere. 

Infine, sempre per rimanere nell'ambito delle aziende artigiane, non capisco dove stia la convenienza economica nello svendere i beni del fallito e nel non generare un ritorno per i creditori in un tempo lunghissimo. Forse il fascicolo della nostra azienda artigiana fallita è un caso limite, che fa da contorno a grandi operazioni fallimentari, in cui tutti i professionisti del tribunale guadagnano molto di più: fallimenti di industrie, beni di pregio all'asta, immobili di valore di proprietari finiti in disgrazia? In questi casi di fallimenti sostanziosi, qualcosa arriva nelle tasche dei creditori? Io mi vergognerei a fare il lavoro di burocrate su per i tribunali fallimentari. Dovrebbe esistere l'obiezione di coscienza. 

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giovedì 15 luglio 2021

Antieconomico


"La cultura deve colpire il cuore e soprattutto illuminare la mente" recita la recente pubblicità della RAI. Il concetto è esatto e coglie nel segno riguardo alla funzione della cultura, degli studi classici e delle materie umanistiche. Quest'illuminazione non avviene tuttavia negli ambienti delle sezioni fallimentari dei tribunali, dove l'oscurantismo sembra aver incatenato le menti di chi sta agli apici di mattatoi senza regole. I pubblici ufficiali diventano freddi e cinici, alienati dal lavoro di burocrati. Si dimenticano degli studi classici, di ogni umanità e anche del buon senso.

Col benestare dello Stato, per anni e anni drappelli di "professionisti" mettono in svendita beni d'affetto, spazi e strumenti da lavoro, prime case di persone oneste, per favorire gente senza scrupoli, agenzie immobiliari, organizzazioni criminali: piccoli artigiani come la nostra famiglia vengono distrutti per un gioco al massacro che va ad oliare un ingranaggio di distruzione dell'impresa italiana per creare un mercato parallelo. Funziona come la peggiore delle malattie: il cancro.

Prendiamo ad esempio la nostra azienda: in quasi dieci anni di tortura da fallimento della nostra famiglia, quanto ha incassato il tribunale dalla svendita degli strumenti da lavoro della fabbrica, se tutto il campionario e i semilavorati sono partiti per poche centinaia di euro (comprati da un ex concorrenti di Deruta), i forni sono stati svenduti e così anche tutte le scaffalature e i macchinari? A cosa serve il processo di fallimento se non a far lavorare (malamente) i "professionisti" assunti dal tribunale e tutto ciò che consegue da un mercato che ha i caratteri dell'illegalità per concorrenza sleale, anti-dumping e mortificazione del mercato legale?

Quello che più mi addolora è che i commercialisti siano capaci di lavorare per le sezioni fallimentari dei tribunali e quindi contro le aziende che prima davano loro lavoro. Ora quei commercialisti si trovano dall'altra parte, coi tribunali, per distruggere quelle stesse aziende di cui erano fornitori. L'antieconomicità di quanto stanno facendo non viene loro in mente, pur sapendo fare di conto? Anzi gli stessi si trasformano in commercianti da strapazzo, dando un prezzo alle cose che svendono, non riconoscendo neanche il valore del prodotto artistico.


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mercoledì 12 maggio 2021

Mungi la mucca e ammazza il bue


Se passi per un fallimento, puoi conoscere la vera natura del popolo, con cui ti trovi a vivere e di cui per anni ne hai difeso il buon nome tramite la tua azienda artigiana esportatrice nel mondo. Ecco l'Italia dei fallimenti, una vera e propria industria, in cui si insinua la mafia. 

Le forze in campo sono le seguenti, in ordine di rispettabilità sociale: 

1. Avvocati, detti "burocrati di lusso", con i gradi successivi: giudici, magistrati etc.; 

2. Sindacalisti; 

3. Commercialisti e consulenti; 

4. Dipendenti delle aziende private; 

5. Aziende private fallite, ovvero "il bue"  

Le posizioni da 1. a 3. sono zecche passive, che non producono ricchezza, ma che sono interessate rispettivamente a mungere la mucca, nella figura dei sindacati, ovvero a sfruttare le risorse dell'Italia finché possibile. Quale merito miracoloso avranno i dipendenti in fase di fallimento di un'azienda privata per godere di cassa integrazione, tfr e disoccupazione, mentre gli imprenditori non sono tutelati? Gli altri, ovvero avvocati, commercialisti e consulenti si occupano invece di ammazzare il bue, ovvero chi produce ricchezza, le aziende private in fondo alla lista. In natura sul bue ucciso si sfamano infatti i leoni, poi gli avvoltoi e infine gli insetti. Tanto poi ci saranno altri imprenditori italiani che apriranno altre aziende in Italia. Gli stessi operatori di giustizia non si fermeranno finché non avranno raschiato il barile e tu, fallito, avrai come conseguenza la morte civile. 

Il fallimento in Italia è una vera e propria industria, basata su un regio decreto del 1942, che dà lavoro a tutte le zecche dei burocrati e in cui i dipendenti privati traditori si prestano ad ammazzare il bue, la loro azienda, perché incapaci di autogestione. I più alti nella lista tengono a che i dipendenti delle aziende private rimangano passivi e non conquistino la loro libertà. I sindacati stessi non hanno interesse a generare consapevolezza nei dipendenti privati per riprendere le aziende in sofferenza, ad aiutare il "padrone" in tempo di crisi. I sindacati preferiscono invece sostenere l'industria dei fallimenti, una pratica crudele di persone senza scrupoli, menefreghisti, maiali infiocchettati, persone senza dignità, che si dicono nostri connazionali e si chiamano italiani. 

E dire che si ammazza il bue in nome dei diritti, valori che poi si traducono in soldi. È proprio quando si mascherano i delitti con i valori, che qui si insinua anche la mafia tramite le banche e i loro crediti deteriorati. Questi no, i crediti non possono morire. Non esiste prescrizione. Al posto dei crediti delle banche deve morire il bue, che garantiva il gettito delle tasse nelle casse dello Stato. I crediti delle banche permettono così di mantenere salda l'industria dei fallimenti. Con le banche di mezzo e il loro seguito di scatole cinesi dei cartolarizzatori tu, bue, non hai scampo. Siamo un popolo di venduti e quando andremo a finire male, ne conosceremo almeno la ragione. 


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Roberta Niccacci è laureata in lingue e letterature straniere moderne all'Università degli Studi di Perugia. Parla correntemente inglese, francese e tedesco. È…una pioniera Erasmus e ha condotto gli studi per la sua tesi di laurea alla Sorbonne Nouvelle Paris III. Originaria di Deruta (PG), ha prestato la sua formazione umanistica a servizio della clientela dell’azienda artigiana di famiglia, che ha chiuso i battenti nel 2011. Da allora ha portato avanti studi a valorizzazione del territorio per nuovi modi di fare impresa nell’artigianato artistico, partendo da arte e cultura. Il suo grande sogno è di fondare un'azienda che trasformi in realtà la sua esperienza di questi anni. Dal dicembre 2020 è un’imprenditrice in ripartenza presso la Onlus “100mila ripartenze” con sede a Treviso.

Talenti: Activator, Adaptability, Communication, Context, Futuristic


lunedì 29 marzo 2021

Mattatoi e tritacarne

Se fallisci, finisci al mattatoio. Devi morire. 
Ti porteremo via tutto. Non potrai rifarti una
vita. Sei peggio di un assassino. Sei
un NUMERO


I Tribunali Fallimentari sono mattatoi autorizzati. Al loro interno si trovano anche gli strumenti di trasformazione del prodotto: nei loro tritacarne finiscono infatti imprenditori falliti, che tutto d'un tratto spariscono dal radar delle banche: prima ricercati e riveriti per mutui e finanziamenti, omaggiati con regali natalizi di pregio in tempi di vacche grasse, poi tutto d'un tratto carne da macello: IL CLIENTE

Al momento del fallimento, il cliente diventa un numero, nessuno della banca ti cerca più. E pensare che avevi intrattenuto rapporti con loro per decenni, spendendo non si sa quali importi in interessi passivi e pagando anche per errori del bancario di turno. Quando ti viene data la sentenza, tu, imprenditore, sparisci: SEI UN NUMERO

Il numero ti viene assegnato in sede di fallimento e rimani marchiato a fuoco. Le sentenze di fallimento, anche scribacchiate, si possono trovare online. Oggi per la prima volta ho digitato il nome "fallimento Cama Deruta" e ho trovato come prima ricerca il documento da scaricare coi nomi dei miei genitori con tanto di codice fiscale e informazioni personali, che dovrebbero essere soggette a privacy. Nella sentenza il numero cronologico: 2943, faldone 55/2012. I burocrati hanno svolto il proprio lavoro. 

Da quel momento inizia un processo lento di tortura della tua vita di imprenditore fallito in mano ai burocrati, per i quali sei un numero: i burocrati, i loro tempi, il loro lavoro. Tu diventi la fonte di guadagno di burocrati: consulenti, giudici, avvocati, impiegati delle Aste Giudiziarie, di un apparato di becchini e aguzzini, che lo Stato italiano mette a disposizione delle banche o chi per loro, per distruggere definitivamente i suoi cittadini più pregiati, che fino al giorno prima della sentenza, si erano impegnati a pagare i contributi per sé e per conto dei propri dipendenti: IL SILENZIO DELLA MORTE

Allora cominci a sentire il puzzo della fiamma ossidrica, quella che serve per chiudere le bare di zinco, una pratica che quando ero piccola si faceva davanti a tutti, dopo aver dato un ultimo saluto al proprio caro, ad un vicino di casa, ad un amico, nella chiesetta del cimitero. Ma la tua morte sarà a piccoli morsi, graffi, scorticature, spellature. Sarà una tortura, perché seguirà i tempi dei burocrati e potrà durare anche dieci anni o più. Non sai quale sarà la tua sorte, finché non ti avranno depredato come si deve fino alla fine dei tuoi giorni. DEVI MORIRE.

In memoria della Cama Deruta, di cui oggi si ricordano i NOVE ANNI dalla sentenza di fallimento. I burocrati assassini del mattatoio del Tribunale Fallimentare di Perugia hanno perpetrato la tortura ai componenti della famiglia NICCACCI per quasi un decennio ma la Cama Deruta non vuole morire. Non riescono a chiudere il fallimento. Siete solo degli accattoni senza arte. IL CLIENTE. IL CITTADINO. UN NUMERO



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domenica 28 marzo 2021

Fine pena mai

Se fallisci, non ricevi un colpo secco che
ti finisce, ma vieni scorticato per anni e anni:
IL FALLIMENTO, una tortura dei tempi moderni


Ho in odio i burocrati come la peste, o diremmo oggi come il Covid-19. Ma forse peste calza meglio. La peste sa di bubboni, di mosche che si attaccano allo sterco, di putrescenza. I burocrati in generale sono tutte persone che vivono sulle spalle dei cittadini, che non producono ricchezza, apatici. I burocrati sono come un file non aggiornato. Gente passiva. Non interattiva. Così li vedo io. 

Eppure i burocrati vanno temuti, perché esercitano un potere su di te: in nome della legge, possono anche interpretarla come vogliono. Vestono una divisa, a cominciare dai vigili. Comunque i burocrati hanno sempre ragione, anche quando scrivono male il tuo cognome: "Va bene anche così", sono capaci di risponderti. Eppure a NICCACCI, scritto da loro, manca una C. Solitamente i burocrati sono persone mediocri, hanno una loro scala sociale che può arrivare anche ai burocrati di lusso: gli avvocati, ma ciò non toglie che siano mediocri anche loro. Dipende dal luogo in cui si trovano ad esercitare. Le eccezioni esistono ma sono rare e non migliorano il livello medio dei burocrati. 

Ora esistono dei burocrati che in tempo di crisi si impegnano a distruggere quella ricchezza prodotta da altri cittadini, che loro non sono capaci di generare. Sono come dei boia autorizzati. Sono i burocrati dei Tribunali fallimentari. Come non si vergognano questi burocrati di torturare altri esseri umani. Diventeranno pure cinici o forse ci vuole di essere cinici per lavorare come burocrate per un Tribunale fallimentare. 

La peggiore espressione della burocrazia si rivela quindi nel momento in cui i burocrati del Tribunale fallimentare si avventano su una famiglia di ignari imprenditori, che non hanno pensato bene di trasformare la propria azienda da Snc a Srl. Quindi passi per il girone infernale del fallimento, non per un anno, ma per anni e forse almeno un decennio: comandano i tempi della burocrazia. 

Per mesi e anni a loro comodo, i burocrati finiscono con lo sventrare la tua azienda, vendendola pezzo per pezzo tramite le Aste Giudiziarie a persone senza scrupoli, persone taccagne, già ricche, vigliacche, ignobili, crudeli. Altri mediocri. Poi a seconda dei burocrati che incontri, puoi essere spellato e scorticato tu stesso, quando gli stessi entrano dentro la tua casa, se ne impossessano e cominciano a portarti via gli oggetti di affetto, da vendere sempre alle aste a quattro spicci ad altre persone, che ne vengono in possesso, insultando le persone che ne erano proprietarie. 

La tortura dei burocrati del Tribunale fallimentare può durare per anni e anni, diventando uno stillicidio, in cui tu non sai a chi appellarti. Sei senza difesa e sei come un condannato a morte. La parola chiave è: FINE PENA MAI. La differenza la fa la tortura, unita all'incertezza di ciò che potrà succederti col prossimo burocrate. Ma questa volta, dopo dieci anni di tortura, io ho deciso di ribellarmi per conto della mia mamma, che è stremata e comincia a dare cenni di cedimento. Il cuore non ce la fa più. Chissà se i suoi dipendenti, ai quali ha insegnato un'arte, si rendono conto delle conseguenze che hanno prodotto, quando hanno firmato la sentenza di morte civile, richiedendo il fallimento della Cama Deruta?  


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