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martedì 26 ottobre 2021

Le zampe delle mosche


Per i fallimenti viene adottato un modo di fare patologico, pari al gioco dei maschi
nello staccare le zampe alle mosche vive

Mi ricordo che da piccola i maschi giocavano a catturare le mosche e a staccare loro le zampe con l'animale ancora vivo. L'insetto faceva un rumore di difesa, ma ogni tentativo di fuga era vano. Sentirsi staccare una zampa alla volta è la sensazione dolorosa che si prova, quando finisci in un fallimento sentenziato da un tribunale. 

Vieni spogliato dei tuoi beni e della tua vita un pezzo per volta, mentre la tua esistenza si annulla parallelamente alla procedura fallimentare: beni e vita procedono sui binari di uno stesso treno verso la morte, perché ciò che ti portano via è la tua vita, che diventa una carcassa agonizzante, di cui si cibano persone senza scrupoli autorizzate dallo Stato. 

Ritrovo il cinismo, che usavano i maschi per strappare le zampe alle mosche, nell'istituzione del fallimento. Sono quindi convinta che la procedura fallimentare sia una creazione "maschia", perché non c'è cura e logica materna, di difesa della persona che subisce il danno di indebitarsi, finendo in un gioco al massacro. Per l'esecutato non c'è via d'uscita. Non ci potrebbe essere parola più esatta di "esecutato", perché sei su un patibolo. 

Pertanto si capirebbe perché una famiglia intera venga messa al palo per più di dieci anni al fine di racimolare briciole in termini di denaro recuperato tramite le aste giudiziarie, svendendo i beni uno per volta senza nessun riguardo del loro valore, come a smaltire parti inservibili di bestie da macello. Non vali più niente, perché ti viene negata la libertà. 

Se fallisci, non hai scampo e non potrai mai riprendere la tua vita sulle tue gambe, ripartire da dove eri arrivato, fare l'imprenditore: la tua vita sarà distrutta. Se riuscirai a sortire vivo da un'esperienza di fallimento come quella che stiamo vivendo nella nostra famiglia, niente sarà più lo stesso. Perché fanno questo? Qual è lo scopo di tanta distruzione da accattoni? Qual è l'obiettivo di tenere le persone ferme per anni e anni senza poter riprendere in mano la propria vita da persone libere? 


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sabato 7 agosto 2021

Punizioni corporali


Esiste un immaginario collettivo dell'imprenditore che fallisce coi soldi, ma io ne devo ancora incontrare uno. Chi passa per la sezione fallimentare di un tribunale non ci entra coi soldi e non ne esce sano. I fallimenti sono esperienze crudeli e inaudite, in cui la giustizia infligge al fallito una punizione corporale. Iniziamo dalla pena fisica più innocente: la gogna mediatica.  

Mentre per tutte le abitazioni in vendita sul mercato immobiliare, si protegge la privacy del proprietario, indicando orientativamente la zona di vendita del bene, sul mercato parallelo delle aste giudiziarie si specifica l'indirizzo dell'immobile come in una gogna. Pertanto in un piccolo paese, ad esempio Deruta (PG), ci sono compaesani che vanno su internet alla ricerca dell'elenco dei falliti: cinismo? divertimento? maldicenza? 

Crescendo nelle pene corporali, si passa per il branding, che rientra tra le punizioni corporali: se sei fallito, se marchiato a fuoco. In Italia non potrai ripartire come imprenditore a meno che non trovi un prestanome. Se sei un ex socio dell'azienda fallita, in un mutuo passi anche per fidejussore e fallisci due volte: sarai perseguitato a vita dai cartolarizzanti, finché non paghi il debito, oppure, col benestare dello Stato, gli stessi ti prendono il quinto dello stipendio per tutta la vita e ti pignorano i tuoi pochi risparmi del nuovo lavoro da dipendente. 

Infine esiste una punizione corporale ancora peggiore, che consiste nel rovinare le persone fallite, che si procurano una morte lenta, dandosi all'alcol e alla vita di senza tetto, fino ad arrivare al suicidio, pari alla pena di morte. In tutto questo c'è l'intenzione consapevole da parte della giustizia di produrre un danno fisico nelle persone fallite, visto che dai tribunali fallimentari non danno segni di reazione ad eventi catastrofici della vita dei falliti. Per loro è "lavoro". In più i "professionisti" della giustizia si arricchiscono sulle disgrazie economiche dei falliti, aumentando il carico di ingiustizia del sistema, che si erge a impresa. 

Per un Paese civile non dovrebbe essere possibile lucrare sulle rovine altrui, perché è il principio su cui si basa la mafia. Inoltre non è cambiato niente da quando per i falliti si attivava la pietra dello scandalo di storica memoria: fu la prima punizione corporale sui falliti. Anzi ora il sistema si è organizzato in industria. Il fallimento non può essere materia dei tribunali fallimentari, perché i metodi della giustizia sono punitivi e non riabilitativi. Essi non considerano infatti il danno fisico che si produce nelle persone fallite, che provano dolore, disperazione e vergogna per anni e anni, provocando l'esperienza conseguenze irreparabili per il resto della loro vita. 


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venerdì 6 agosto 2021

Allevamenti intensivi

 

"Gli imprenditori falliti sono carne da macello
da allevamenti intensivi" - Marco



"Chi fallisce deve poter restare un uomo o donna con dignità e continuare ad essere felice." - un imprenditore in lotta per non fallire  

Nel mese di marzo scorso mi era capitato di parlare al telefono con un ex-imprenditore fallito. A suo tempo avevo avuto l'impressione che non fosse del tutto in equilibrio e che si fosse dato all'alcol. Avevo ragione. Ora a distanza di cinque mesi mi sono rivista con questo e-imprenditore fallito su Whatsapp e devo dire che sta nettamente meglio, ma ha dovuto fare ricorso agli aiuti dell'ospedale, perché è crollato in strada. 

Per gli ex-imprenditori falliti in Italia non c'è nessun rispetto. Se poi finisci nel tritacarne dei tribunali fallimentari, sei spacciato: "diventi carne da macello". Sono le parole di Marco, nome di fantasia di questo ex-imprenditore, che considera l'esperienza del fallimento "ridicola". Poi vengono fuori gli "allevamenti intensivi". Alla mia domanda di cosa intendesse per "allevamenti intensivi", Marco mi ha risposto così: "Quegli allevamenti intensivi siamo noi. Siamo carne da macello. Stiamo mettendo il tappo sulla risorsa numero uno per uscire dalla crisi economica." 

Poter dare voce a chi l'esperienza del fallimento la vive sulla propria pelle, e non per il tramite dei faldoni o delle leggi, che guardano alla virgola, ovvero al dito e non alla luna, è secondo me un diritto legittimo di tanti imprenditori che, nelle crisi degli anni scorsi, si sono ritrovati condannati a vita ad una tortura gratuita, in cui sei in mano a burocrati convinti di essere nel giusto ma che stanno invece attuando sui falliti una punizione corporale. Per chi sta da questa parte, la realtà dei fallimenti è completamente diversa da chi amministra la legge, che tra l'altro ripete il mantra della sua "serenità", come se per svolgere il mestiere di boia servissero pace e tranquillità, condizioni necessarie per fare molto male al prossimo, annientando capitali e persone. Il tutto nel disinteresse generale di attanti e attori della collettività. 



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mercoledì 14 luglio 2021

Peso specifico


Dalla mia esperienza di questi anni in giro per l'Italia, ho avuto modo di sperimentare che il mondo non ascolta il singolo cittadino, che non ha "peso specifico". Eppure risulto molto comunicativa e di una buona stazza: insomma mi si vede e mi si sente. Almeno ne ero convinta, finché facevo il mio lavoro. Alla fine l'unico risultato che ho ottenuto, in numerose sperimentazioni, è solo la pubblicazione di un saggio su un cantante lirico umbro, che dà il nome alla corale di Tavernelle (PG), in cui sono entrata come corista nel 2017. Allora ho capito che per fare qualcosa per te e per gli altri devi almeno far parte di un'associazione. 

All'inizio del mio percorso ero persuasa che in tempi di crisi le persone si unissero per ricostruire qualcosa insieme. Invece sembrava che fossimo solo io e la mia famiglia ad aver perso tutto. Altri falliti non si facevano avanti: si erano rinchiusi nelle loro case, a trattare il proprio singolo problema, nella vergogna per l'accaduto e a piangere la propria perdita. Il resto della collettività continuava a fare la vita di sempre, lamentandosi del calo di fatturato e cercando soluzioni a tavolino. Io mi sentivo di poter fare molto per gli altri e per me, perché quando ti succede una disgrazia come il fallimento, puoi essere una risorsa di forza e creatività molto più che in tempi di vacche grasse. 

Invece la realtà è che non ti cerca più nessuno. A Deruta sanno che sono una brava venditrice di majoliche, con gli annessi della mia preparazione umanistica, ma nessuno ti chiama. Sono stata io invece ad andare dagli ex concorrenti, per non disperdere il patrimonio della clientela della nostra azienda, ma sono esperimenti che non mi hanno portato frutto, perché non ero io a gestire le vendite. Col tempo mi sono resa conto che forse sarebbe stato più utile per me seguire un percorso di studi superiori di management aziendale e di marketing, anziché contare solo sulla mia esperienza e sulla mia eredità aziendale. 

In ogni modo il fallimento, che passa per la sezione fallimentare di un tribunale, è un'esperienza crudele, di cui ci si rende conto nel momento in cui vieni toccato personalmente: ti pignorano il conto corrente oppure ti mettono la casa dei tuoi genitori all'asta. I tempi di spoliazione sono molto lunghi e hanno inizio da quando ti mettono i sigilli alla fabbrica. Quindi poi il resto della tua vita sarà sprecata per far guadagnare gli altri su ciò che resta del tuo capitale mobile e immobile: sfregiato, svalutato, distrutto da uno sciame di "professionisti", che vivono sulle disgrazie altrui, senza nessun beneficio per il creditore e per il debitore, eccetto che per i dipendenti tenuti onestamente a libro paga, che sono ultra tutelati a differenza dei datori di lavoro. Siamo noi imprenditori ad essere abbandonati da tutti specie in tempi di crisi. 

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martedì 13 luglio 2021

A cruel act


Nell'industria italiana dei fallimenti non esiste cura: nessuno del tribunale ti chiama per dirti come stai, non c'è qualcuno che sia dalla tua parte. Casomai ti devi prendere un avvocato a tue spese, mentre le banche e i dipendenti hanno ogni sorta di tutela gratuita da parte dello Stato. Nel momento in cui c'è di mezzo il denaro, in Italia scatta un accanimento feroce verso il debitore, che non ha pari riguardo ad esempio ai delitti di mafia. Ricevono un trattamento migliore. 

In una sezione fallimentare sembra di avere a che fare con un ordine militare in tempo di guerra, che se ne infischia delle persone finite in disgrazia, di ciò che è andato perso e di ciò che si potrebbe recuperare ad esempio di un'azienda artigiana come la nostra, che in passato ha portato beneficio al territorio e allo Stato. Solo chi vive l'esperienza del fallimento può provare l'atrocità di un'azione scellerata perpetrata dallo Stato sotto gli occhi disinteressanti di governanti e gente comune. 

Per provare che l'industria dei fallimenti è un'entità che non dovrebbe far parte dell'organizzazione di un Paese civile, basti pensare alle conseguenze sociali delle aste giudiziarie, in cui si prende dal debitore per regalare ad altri. Quando il campionario della nostra azienda è andato in mano ad un ex concorrente di Deruta, ho avvisato la clientela americana, con cui sono ancora in contatto. Hanno definito l'azione dell'ex concorrente "a cruel act", un'azione crudele. Speriamo che si ricordino di ciò di cui è stato capace il nostro ex concorrente e non vadano a far spesa da questa fabbrica. 

Per spiegare cosa succede in un fallimento, basti pensare ad una nave piena di tesori, sventrata da pirati all'arrembaggio, che prendono tutto ciò che si trova al suo interno per svenderlo a persone senza scrupoli, che disconoscono il detto "roba pignorata, roba dannata".  Ti dicono che quella merce l'avrebbe presa qualcun altro e quindi è meglio che ne abbiano approfittato loro. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensi la Chiesa delle azioni diaboliche messe in atto dalle sezioni fallimentari dei tribunali a danno del tessuto sociale, ad attivazione della concorrenza sleale e al solo vantaggio dei "professionisti" che vivono sulla fiorente industria italiana dei fallimenti in tempo di crisi.  

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venerdì 2 luglio 2021

Sciacalli, avvoltoi & affossatori

Sciacalli mascherati da professionisti
rispettati fanno profitto sulle disgrazie altrui


"Il fallimento andrebbe considerato sotto altri termini, per evitare lo stillicidio delle persone privandole di tutto, iniziando dalla dignità fino ad arrivare alla libertà! Purtroppo dietro ogni fallimento ci sono curatori, avvocati, giudici tutte persone che girano intorno come avvoltoi." commenta una lettrice del blog, che a quanto pare conosce cosa significhi passare per un fallimento. 

Oltre agli avvoltoi, per fare un paragone coi fallimenti, mi sembra che un altro animale rappresentativo della fauna selvatica sia lo sciacallo, che grazie al fatto che si cibi anche di rifiuti e carcasse, si può permettere di vivere agiatamente e riprodursi in abbondanza. Può anche sembrare che avvoltoi e sciacalli si contendano il cibo per la sopravvivenza, ma è solo questione di apparenza: i due animali collaborano. Gli sciacalli sono infatti bestie dall'ingordigia famelica, accostati in molti esempi agli avvoltoi, dotati di becchi come ferri acuminati per terminare il lavoro iniziato dagli sciacalli stessi, per andare a prendersi cuore, fegato, intestini e parti molli della preda. La figura retorica degli sciacalli e degli avvoltoi viene usata anche in finanza, dove ci sia a che fare con avidità e ingiustizia. 

Il becchino 

Sciacalli e avvoltoi insieme alle iene sono anche considerati gli "spazzini" della Savana, perché mangiano tutto quello che rimane del pasto dei felini di grossa taglia e quindi aiutano a mantenere un ambiente sano dal punto di vista igienico, di prevenzione delle malattie degli animali stessi. La funzione di spazzini mi fa tanto pensare ai lavori di ripulitura della mafia e anche ai becchini, altro paragone che mi viene in mente, quando penso ai professionisti dei tribunali sezione fallimentare. 

Ora leggo che in senso figurato "becchino" sta anche per "affossatore". Infatti certe volte il becchino viene rappresentato come un incappucciato. Ad un certo punto, andando a scavare, tutto torna, anche la verità si intuisce o ti viene involontariamente dettata. La scienza delle prove dovrebbe fare il resto e questo in democrazia, per il bene comune, non sarebbe compito del governo? 

Leggi IL CASO BRAMINI
un'ingiustizia di Stato



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giovedì 1 luglio 2021

I fallimenti come le case chiuse


Con la Legge 20/02/1958 n° 75, detta "Legge Merlin", il governo italiano chiuse le case di piacere, perché non si può fare mercimonio sul sesso a pagamento con il benestare dello Stato. Ora a distanza di più di sessant'anni, la prostituzione continua per strada senza aver trovato una soluzione adeguata, ma il concetto che lo Stato non possa regolamentare la delicata questione del sesso come prostituzione è senza dubbio un principio sano, che non ha a che fare con il credo religioso, con la morale e tantomeno con il giudizio. Ci sono di mezzo i soldi a fronte di rapporti intimi in aperto squilibrio di potere. 

Allo stesso modo lo Stato non dovrebbe tollerare questioni legate al denaro, tradotte in fallimenti, perché è materia altrettanto scabrosa, in quanto il fallimento può generare profitto da parte di speculatori, approfittatori, gente comune che ha dimestichezza con il fare affari sulle disgrazie altrui. D'altra parte, la mafia italiana stessa non è nata per fare profitto sulle sciagure di intere comunità a seguito di calamità naturali, crisi e carestie? Vogliamo imitare la mafia? In tutti e due gli ambiti delle case chiuse e dei fallimenti si parla di morte: c'è qualcuno che viene sfruttato, annientato e privato della libertà per il beneficio altrui a basso costo, talvolta pari a zero verso chi presta la materia prima. 

Mi sembra che il tema etico, in ambiti relativi alla sopraffazione degli uni sugli altri, sia lo stesso dei manicomi, aboliti nel 1978 con la legge Basaglia, come pure degli istituti psichiatrici giudiziari, soppressi nel 2015 per intervento dell'allora senatore Ignazio Marino. Le chiusure hanno a che fare con le conseguenze che tali istituti arrecavano alle persone ricoverate o detenute, oggetto di abusi e maltrattamenti contrari alla riabilitazione. Lì ci guadagnava solo chi ci lavorava. Come si riabilita quindi un fallito in Italia? Qual è il riscontro economico derivante della distruzione di aziende e persone attraverso il quale anche piccoli imprenditori artigiani devono passare per tempi interminabili? Per ottenere cosa da un fallimento, se non l'arricchimento di chi ruota intorno alle aste giudiziarie e all'industria dei fallimenti? 


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mercoledì 30 giugno 2021

Azienda certificata etica


In Italia esiste un corrispondente diabolico delle agenzie funebri private, che garantiscono una degna sepoltura dei dipartiti. Si chiamano IVG, istituti di vendite giudiziarie, che gratuitamente promettono la morte civile a te e alla tua famiglia fallita, svendendo i tuoi beni mobili e immobili a fronte in alcuni casi di una certificazione etica (centrato in pieno l'ossimoro). Ogni nuova crisi è un'opportunità di guadagno della fiorente industria italiana dei fallimenti, in cui si trovano “Immobili che vanno all'asta al 5% del valore iniziale stimato, debitori che rimangono indebitati, creditori non saldati e giudici con la bustarella in tasca...ah dimenticavo e IVG che sono logicamente delle SPA...” Sono le parole di una lettrice. È così che ho scoperto che alcune IVG sono SPA! 

Sono circa 165 le sedi di vendite giudiziarie in Italia, così denominate sul sito del ministero della Giustizia: "Gli istituti di vendite giudiziarie (IVG) sono soggetti privati che, con provvedimento ministeriale, sono autorizzati in via generale alla vendita all'incanto dei beni mobili a norma dell'articolo 534 cpc e all'amministrazione giudiziaria dei beni immobili a norma dell'articolo 592 cpc. Detti istituti sono legati a 28 Corti d'Appello provinciali. Ci sarebbe da fare uno studio sull'incremento degli IVG dagli anni Novanta e su come funzioni la loro rete di vendita. Esiste anche un'Associazione Nazionale Istituti Vendite Giudiziarie e IVG Italiani Riuniti S.r.l.! 

Un'altra fiorente industria della morte delle aziende italiane finite in disgrazia, non a causa della crisi, ma per i mutui contratti in prossimità delle crisi stesse, nonché dei rifinanziamenti fondiari forieri di sovraindebitamento, sono i cartolarizzatori dei crediti delle banche. Anche questi istituti sono SPA. Quella con cui abbiamo a che fare noi della CAMA DERUTA si chiama DoValue SPA (già DoBank SPA) e come presidente ha un diplomatico italiano. Cosa può contenere il forziere della DoValue SPA per metterci a capo un rispettabile funzionario dello Stato? Per il recupero del credito e il pignoramento di conti correnti e Postepay si servono della Fino 2 Securisation s.r.l. con socio unico. 

Domanda: Qual è il giro d'affari dell'industria dei fallimenti? Qual è il costo che sostiene lo Stato per garantire il mercimonio di tale industria? Come mai nessuno indaga sullo scandalo dei fallimenti in tempo di crisi? Paura della massoneria deviata? Terrore della 'ndrangheta della finanza? Sottomissione alla giustizia, perché c'è di mezzo il penale oppure perché, come ha detto un sostituto procuratore della Repubblica a un imprenditore fallito: «non faccia il martire, contro il sistema non la si spunta…»? Chi è questo SISTEMA del tutto italiano e perché dovrei sottostare ad un qualsiasi sistema, se è anche la mia famiglia a fornire loro la materia prima per fare profitto?  

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martedì 29 giugno 2021

I flagellati del sistema

Giandomenico Tiepolo, la flagellazione (1771-1772)
Museo del Prado, Madrid

Ho scoperto l'esistenza di un'associazione fondata nel 2012, che aiuta gli imprenditori a scampare il fallimento. Si chiama "San Giuseppe Imprenditore", è di orientamento cattolico e il presidente è un ex imprenditore, che ha un'esperienza di fallimento. Mette a disposizione un numero arancione gratuito nelle provincie di Torino, Milano, Monza e Brianza, Brescia, Como, Lecco, Verona, Roma, Napoli, Bari e Ragusa. Ho letto in particolare la testimonianza di un imprenditore dal titolo "Non di fallimento ma di solitudine muore l'imprenditore". 

Ecco tra le parole più significative riguardo all'esperienza che si trova a vivere l'imprenditore fallito: «[...] Non si può mandare all’aria un’azienda solo perché il club degli amici (inseriti nei posti giusti) ha messo gli occhi sul tuo patrimonio immobiliare. Non puoi sentirti dire da un sostituto procuratore della Repubblica: “Lei ha 3 figli piccoli, non faccia il martire, contro il sistema non la si spunta…”. Faccio partire le ultime disperate richieste di aiuto, mi rivolgo ai parlamentari locali impegnati a Roma, al Vaticano, a varie associazioni. Lo zero assoluto. La solitudine è una sensazione difficile da spiegare, è un tracollo esistenziale che ti porta in mezzo a una strada, in tutti i sensi.»

Non sembra che molto sia cambiato da quando è nata al tempo dei romani la "bonorum cessio culo nudo super lapidem" (tr. cessione dei beni, a natiche denudate, sopra una pietra), ovvero la pietra dello scandalo di rinascimentale memoria, in cui i commercianti e i banchieri di Firenze mettevano alla gogna il fallito, come deterrente per la cittadinanza, denigrando il malcapitato per il divertimento degli astanti, specie durante le ricorrenze importanti della città. Esiste in effetti una coerenza tra la storia romana, che passa per il Rinascimento italiano e poi approda al 1942 sotto il Fascio littorio con il regio decreto del 1942 sui fallimenti: uno sfregio fine a se stesso. 

Ho appena visto in tv che in Italia un'azienda su cinque è in difficoltà e passibile di fallimento. I connazionali italiani taccagni e approfittatori, che fanno razzia alle aste, si sfregheranno le mani a questa notizia. Staranno già festeggiando anche i dipendenti della fiorente industria italiana del fallimento, dove professionisti senza scrupoli si arricchiscono sulle disgrazie altrui, insieme alle loro filiere. Una maestra amica mia mi scrive su facebook che "tanto nessuno ascolta ed è così da sempre", ma invece sarà ora di cambiare in fatto di fallimenti e di passare una volta per tutte dalla monarchia alla repubblica. Che ne pensate? Vivete anche voi un'esperienza di sudditanza? Ce la potremmo fare ad evolverci? 

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lunedì 28 giugno 2021

Roberto Ferracci e gli altri disgraziati falliti

Gianni Berengo Gardin, Parma, Istituto psichiatrico, la camicia di forza, 1968
- © Gianni Berengo Gardin - Contrasto

Non si è saputo più niente di Roberto Ferracci, il povero disgraziato in preda alla disperazione, figlio di un albergatore di Spello (PG), che nel mese di settembre del 2017 accoltellò una giudice delegata della sezione fallimentare del tribunale di Perugia. Andò in soccorso della collega un altro giudice, che fu ferito lievemente. Nessuno dei due ebbe punti di sutura. Subito dal tribunale di Firenze si mossero a fare il processo penale al Ferracci, allo scopo di dare "una punizione esemplare" ad un povero cristo, al quale era stato rigettato il ricorso contro l'Unicredit: la banca non si tocca. 

Così Roberto Ferracci ora sconta 12 anni al carcere di Capanne (PG). Deve stare anche contento, perché ne avevano chiesti 15. In più gli è stato riconosciuto il danno di parte civile, così deve spenderci pure sopra i soldi che non ha. Ora mi chiedo, chissà quale contenzione faranno in carcere al Ferracci, perché guarda caso anche la medicina si inginocchia alla giustizia e questa non me la posso riporre: un uomo denigrato, spogliato dei suoi beni e anche distrutto nella sua salute mentale. Sembra di vivere sotto dittatura, dove i dissidenti passano per matti. Nella stampa c'è scritto che Ferracci era una persona disturbata ma mite, quindi al tribunale si sono pure accaniti contro una persona già fragile? Io sfiderei i giudici a vivere l'esperienza del fallimento da questa parte e mantenere i nervi saldi. 

Non ci sono invece cenni a quello che avrebbe combinato l'Unicredit per far fallire l'albergo di Spello di Roberto Ferracci. Guarda caso è la stessa banca, che ha concesso il mutuo ipotecario anche a noi della CAMA DERUTA per l'ampliamento del laboratorio nel 1999 a ridosso delle crisi incombenti e di cui nessuno ci ha allarmato. Mi dicono amici che lavorano in banca, che anche nel concedere i mutui serve una certa coscienza e professionalità. Non si possono dare i mutui con leggerezza, perché puoi rovinare le persone. 

Quindi ora Roberto Ferracci ha già scontato quasi 4 anni di carcere. Ce ne sono ancora 8, se tutto va bene. Una cosa che non avrei fatto è di scusarmi per il gesto o insistere sui problemi mentali. Questi sono i giochini degli avvocati. Io sarei andata fino in fondo, matta per matta, ovvero avrei insistito sulla mia verità e sul fatto che da combattere c'è una banca e non le persone che sono finite vittime della crisi, proprio per il danno prodotto dalla banca. Con chi abbiamo a che fare su per questi tribunali? Ma questa è giustizia? 

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domenica 27 giugno 2021

Una scatola vuota


Nel 1971 la CAMA a Deruta (PG) ha ricominciato da zero. Era una scatola vuota. Il nonno Nazzareno Niccacci non si è reso conto di essere stato buggerato dal suo ultimo ex-socio, nonché parente acquisito: questi si era portato via tutte le maestranze, il caporeparto, la centralina del gas, la clientela e anche il pozzo dell'acqua. Il mio nonno lo ha pure liquidato con una somma in denaro. Era il nonno che doveva chiedere di uscire lui dall'azienda! Come è possibile non rendersi conto di essere dalla parte perdente? Soprattutto come si fa a rimanere nello stesso laboratorio diviso a metà da un fondello? Ho trovato queste ed altre informazioni negli atti originali del tempo. Tutto ciò con l'illusione di aver mantenuto il nome CAMA, stimato monetariamente oltre misura; forse in questo nome il sogno d'impresa del nonno, che nutriva da quasi vent'anni. 

Il nonno Nazzareno Niccacci (1909-1988) era stato presidente della Cooperativa Artigiana Maioliche Artistiche dal 1954. La cooperativa si era poi sciolta nel 1960 e nel gennaio dello stesso anno i quattro soci rimasti si erano costituiti in una società di fatto col nome Maioliche Artistiche "CAMA". Durante un decennio di nuovo escono i soci uno ad uno fino all'epilogo del 1971. Qui entrano in gioco i miei genitori, che erano stati dipendenti della CAMA dal 1958...la nostra vita familiare sarebbe stata sconvolta per sempre. Io avrei rinunciato ad andare a studiare danza a Roma o a Milano; ero stata scelta dall'allora direttore del teatro Morlacchi di Perugia, che girava per le scuole di danza del territorio. 

Avevo otto anni: "Roberta, ci vuoi andare a Roma o a Milano a studiare danza?", "No, perché si spende troppo", fu la mia risposta e non se ne parlò più. Andavo col carrello della spesa al negozio di alimentari vicino a casa, ci caricavo il mio fratellino, che allungava una mano per prendere qualcosa: "No, non lo possiamo comprare, perché il babbo deve pagare il nonno", era la mia risposta che i commessi riferivano alla nostra mamma. Da lì a poco infatti, nel 1974, ci sarebbe stata la summa delle nostre sciagure: il mio babbo avrebbe ricomprato ad un prezzo altissimo la fabbrica dal nonno, avrebbe ripagato il suo lavoro e il lavoro di tre anni della mia mamma e delle maestranze, con un mutuo all'attivo da pagare per ampliare l'azienda rimasta a metà. Perché??? Esci tu, babbo, andiamo via! 

È grazie a tanti sacrifici dei miei genitori, alla loro maestria nel lavoro artistico, che poi alla CAMA siamo arrivati ad avere successo nei mercati internazionali, corroborati dall'intuito del babbo sull'internazionalizzazione della fabbrica, ma l'impegno economico del 1974 ci ha tenuto schiavi delle banche, a cui si ricorreva per andare avanti. Con noi le banche si sono arricchite. Con il fallimento si aggiunge un altro macigno ad una storia aziendale dolorosa, che sto ricostruendo ora tramite i documenti. Rendo edotti delle scoperte i miei genitori, elaborando un lutto lungo mezzo secolo: qui c'è tutta la nostra vita passata insieme. Ora che ci ritroviamo senza niente, senza dover lavorare da lunedì a lunedì, da operai dentro la nostra fabbrica, per la prima volta nella vita possiamo fermarci e ragionare sui tanti errori fatti, che il mio babbo riconosce come generati dal senso di colpa. 

Nel mese di luglio la terza puntata della rubrica sulla CAMA dedicata agli anni Settanta, a cura del Centro Cagianelli per il '900 di Pisa.


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Prevaricazioni da fallimento


Sto leggendo il libro di Salvatore Settis, Il futuro del classico, pubblicato nel 2004, un testo molto interessante per chi si trovi in rovina, a raccogliere le ceneri di quella che era la propria azienda, devastata in tempo di crisi dalle aste giudiziarie, in sfregio del suo patrimonio artistico. Il mondo classico viene così in soccorso, per spiegare che il concetto di rovine e di eterno ciclo di rinascita è solo attinente all'Europa. Non esiste un altro continente al mondo che si prenda cura delle rovine come noi, che attingiamo alle nostre radici greche e latine. Forse qui risiede la nostra resilienza e il nostro fascino. 

Quindi il concetto di rovine e rinascita si inserisce nel dibattito sul ruolo del latino e del greco nella civiltà contemporanea dei consumi e del consumismo, della velocità e del revisionismo di arte e letteratura. Per quanto i tempi siano cambiati, nelle pagine delle lingue morte si trovano insegnamenti utili ai nostri giorni, ma bisogna saperli rendere attuali in funzione appunto di una rinascita. Leggere le opere in originale è determinante, perché ti permette di non ricorrere a traduzioni di terzi e di gustare la bellezza di greco e latino, i cui termini sono spesso quasi intraducibili per quanto sono sintetici.

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Tuttavia in ciò esiste anche un limite: la frequentazione di greco e latino va infatti accompagnata dall'arte di fare le cose nel giusto modo, con etica e amorevolezza, perché altrimenti si finisce con l'usare la forza generata dal mondo classico come fecero i nazisti, tramite l'utilizzo di simboli appartenuti al mondo greco e latino o concetti che sono usati in modo utilitaristico per soggiogare gli altri. È forse questo il motivo per cui greco e latino negli Stati Uniti vengono ora considerati "razzisti"? È stato quindi preso in considerazione l'ostacolo che determinano greco e latino all'avanzamento sociale per ciò che essi rappresentano? 

Se può essere di conforto agli oppositori americani di greco e latino, sappiano gli stessi che in Italia il liceo classico è ancora la scuola elitaria per eccellenza e da qui escono i governanti, i giuristi e il burocrati di lusso con cui mi trovo a vivere l'esperienza del fallimento. Qualcosa che non quadra nell'utilizzo di greco e latino ai fini della crescita e del progresso sociale mi sembra che sia evidente. Non si può usare una scuola per il proprio pedigree, per fermare il tempo e per non prendersi cura degli altri. Nel fallimento si è infatti catapultati al tempo del fascio littorio, in una sorta di regime militare e non c'è bisogno di avere la pelle nera per essere soggiogati. 


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